«The Artist» è diventato il film-evento dell’anno già dalla sua premiére mondiale al Festival di Cannes, quando è riuscito a mettere d’accordo tutti, dal pubblico più compiacente alla critica più intransigente. Ora che è arrivato anche nelle sale italiane la domanda da porsi è la seguente: perché un film muto in bianco e nero ambientato nella sfavillante Hollywood degli anni Venti (1927, per la precisione) sta divertendo e commuovendo le platee di tutto il mondo? Forse per la storia?
Probabilmente no, perché non c’è niente di più vetusto di quello raccontato dal regista francese Michel Hazanavicius: un brillante divo del muto (lo straordinario Jean Dujardin) che, non rassegnandosi all’introduzione del sonoro, si vede pian piano marginalizzato dall’industria, che invece punta tutto su un’attricetta (la scoppiettante Bérénice Bejo) che proprio lui aveva scoperto e da cui si sente irrimediabilmente attratto. Siamo insomma dalla parti di sontuosi classici come «E’ nata una stella» (1937) o «Viale del tramonto» (1950), con una strizzatina d’occhio finale ai film di Ginger Rogers e Fred Astaire, con sullo sfondo quella mitica «Età del jazz» raccontata da Francis Scott Fitzgerald, colma di frivolezze e disperazione.
Dove sta allora la
novità, l’originalità dello sguardo che ci fa apparire «The Artist» come un film fresco, sincero, perfettamente adattabile ai gusti del pubblico di oggi? Le risposte potrebbero essere due, una racchiusa nell’altra. La prima risiede, paradossalmente, proprio nella scelta del linguaggio, che adatta lo stile del cinema muto alla sensibilità moderna, giocando con gli stilemi di un melodramma in cui, grazie proprio all’assenza di parole, ogni gesto, ogni sguardo, ogni postura degli attori e ogni elemento della scena, dal décor generale al singolo costume, diventa un segno ingigantito, una traccia visuale che stuzzica in continuazione la nostra attenzione, spingendoci a leggere le immagini nella loro complessità. La forza del cinema muto sta(va) proprio in questo, nel tenere alta la tensione attraverso un movimento contemplativo, che Hazanavicius ci restituisce nella sua interezza, soprattutto nei passaggi «comici» del film (la magnifica sequenza del poliziotto che corre dietro al cane è degna di Buster Keaton), quelli più estremi e meno addomesticabili.
La seconda risposta concerne il nostro modo di rapportarci al passato e alle sue immagini. Quella del regista francese non è una semplice esibizione da cinefilo piccolo piccolo, ma la soddisfazione di un preciso orizzonte di attesa che sembra pervadere una parte considerevole della cultura visiva del cinema contemporaneo e che prende le forme della riproposizione nostalgica di un passato idealizzato (andate a vedere l’intelligentissima parodia orchestrata da Woody Allen in «Midnight in Paris»). Il sublime «The Artist» rientra in questa nuova collettiva forma di auto-percezione e auto-definizione mediatica: più ciò che rappresenta è programmaticamente lontano nel tempo e irraggiungibile nella forma più è stuzzicante, divertente e appagante per i nostri occhi.
fonte: corrierefiorentino.corriere.it
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Il cane di “The artist” è una star da primo premio
Uggie, piccolo terrier di 9 anni, si muove a suo agio sul red carpet tra i flash dei fotografi: proprio come una vera stella del cinema. Lui è nato in una fattoria ma quando i suoi padroni hanno visto che non seguiva le pecore lo hanno portato in canile; da li la fortuna di essere notato dal suo futuro addestratore, gli inizi in mostre canine per giovani talenti e per la pubblicità e poi il suo primo home movie. Successivamente arriva la celebrità con “The Artist”, a fianco di Jean Dujardin, un ruolo che gli é valso la Palma d’oro canina al Festival di Cannes del 2011.
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